Movimenti “no gender”: chi sono, cosa fanno, cosa vogliono?

E' giusto sapere chi sono e qual'è il reale intento di questi movimenti. Il 21 Maggio scorso e stata organizzata a Verona una Conferenza molto partecipata per contro-informare sulla cosidetta "Teoria del Gender" (che non esiste). 


Fra i relatori, Massimo Prearo, ricercatore presso l'Università di Verona ha fatto un ampia e dettagliata relazione appunto sui "Movimenti No gender".

Invitiamo tutte/i a leggerlo per avere materiale per una giusta contro-informazione.

I movimenti “no gender” non sono dei movimenti di informazione sul gender, ma movimenti spinti da un’ideologia reazionaria e conservatrice di stampo cattolico con fini politici ben definiti, che si avvalgono dell’appoggio della gerarchia vaticana e soprattutto, a livello locale, di vescovi e arcivescovi che rivendicano la necessità di una rinascita identitaria del mondo cattolico intervenendo anche abusivamente nella vita politica per dare indicazioni di voto. In questo senso, i movimenti anti-gender sono movimenti anti-democratici perché si oppongono allo sviluppo di una società fondata sui principi fondamentali della democrazia.


Credevamo finiti i tempi delle crociate. I movimenti “no gender”, o genderfobici, stanno portando avanti una nuova crociata morale, alimentata da una vera e propria fobia collettiva, deliberatamente propagandistica e manipolatoria, che ha come obiettivo di diffondere false credenze sulla presunta pericolosità “dell’educazione al gender”. Quando nel 2012, nel discorso alla Curia Romana per gli auguri di Natale, Benedetto XVI afferma la “profonda erroneità” della nozione di gender, in quanto negazione della natura dell’essere umano e della volontà divina, fa un gesto chiaro e politicamente incisivo avviando, di fatto, la mobilitazione anti-gender. Il suo intervento risponde in effetti alla proposta di legge francese che prevede l’apertura del matrimonio e delle adozioni per le coppie omosessuali (la legge sarà poi promulgata il 17 maggio del 2013). Nel frattempo, le manifestazioni dei pro e dei contro si moltiplicano, e il gruppo catto-destroide della Manif pour tous comincia a farsi notare. Il problema per questi nuovi missionari della famiglia “naturale” è che l’equiparazione del matrimonio eterosessuale al matrimonio omosessuale porterebbe alla cancellazione della differenza sessuale come dato biologico e naturale su cui si fonda l’intera struttura sociale. Appena qualche mese dopo, viene presentata, in Italia, la proposta di legge “Scalfarotto” (oggi arenata al Senato) che si propone di penalizzare i crimini d’odio a carattere omofobico e transfobico. Nasce allora la Manif pour tous Italia, cominciano le veglie delle Sentinelle in piedi, nasce l’associazione dei Giuristi per la Vita e comincia la crociata contro una legge che questi gruppi considerano liberticida. In Francia questo tipo di legge esiste dal 2004. Ecco alcuni esempi di come è stata applicata: nel 2007 un deputato di destra è stato condannato a pagare 3000 € di multa (a un’associazione LGBT) per insulti omofobici dopo aver dichiarato che “l’omosessualità è inferiore all’eterosessualità” e che è “un pericolo per l’umanità”. Nel 2013, durante il periodo caldo delle manifestazioni anti-gender una coppia di ragazzi viene gravemente aggredita da due uomini, condannati a 30 mesi di prigione. Infine nel 2014 due individui vengono condannati per aver diffuso su twitter #igaydevonosparire e #bruciamoigay – una decisione importante dato che internet è attualmente uno degli spazi in cui si scatenano le espressioni di odio e di violenza più triviali. Insomma, in Francia ci sono state decine di manifestazioni contro il matrimonio egualitario, e mai nessuno è stato arrestato e condannato per aver partecipato a queste manifestazioni! È quindi completamente falso dire che questa legge ridurrebbe la libertà di espressione. Un altro degli argomenti cari ai vari portavoce dei movimenti “no gender” è che l’omofobia non esiste e che è solo un’invenzione delle lobby gay. Per corroborare questa tesi viene spesso citato un sondaggio realizzato nel 2013 dall’Istituto statunitense Pew Research Center in 39 paesi per calcolare il tasso di accettazione dell’omosessualità. Secondo questi movimenti, e secondo la stampa che ne garantisce la comunicazione (NotizieProVita, Tempi, La BussolaQuotidiana), risulterebbe che l’Italia è il Paese più tollerante al mondo rispetto all’omosessualità. E questo invaliderebbe i risultati di un altro sondaggio condotto a livello dell’Unione Europea nel 2012 su un campione di circa 93000 persone LGBT interrogate sulla loro percezione della discriminazione e sulla loro esperienza in famiglia, a scuola, sul lavoro, ecc., secondo cui l’Italia è il paese europeo in cui l’omofobia è risentita in maniera più forte. In realtà, i dati della ricerca statunitense dicono che l’Italia è il paese in cui c’è stata una progressione più forte del tasso di tolleranza rispetto ad altri paesi (cioè è passato dal 65% al 74%, mentre negli altri paesi la variazione è stata minore). Se si considera la classifica appare invece che l’Italia si posiziona dopo Spagna, Germania, Repubblica Ceca, Francia e Gran Bretagna, e prima di Polonia, Russia e Turchia. Un’altra mistificazione dei movimenti anti-gender consiste ad affermare che anche nei paesi che hanno adottato leggi in favore delle persone LGBT, l’omofobia non sparisce anzi aumenta. Il sondaggio dell’Agenzia per i diritti fondamentali dell’Unione Europea – il primo mai realizzato su larga scala in Europa – mostra invece che nei paesi che hanno adottato leggi favorevoli ai diritti LGBT, le persone vivono più serenamente la loro identità. Dalle risposte alla domanda “Con quanti sei dichiarato sulla tua identità lesbica, gay, bisessuale o transgender sul lavoro?”, si vede chiaramente che nei paesi che hanno adottato queste leggi già da alcuni anni la situazione è sensibilmente diversa rispetto agli altri: per esempio, nei Paesi Bassi, il primo paese ad aver adottato il matrimonio omosessuale nel 2001, solo il 5% si nasconde e il 43% si dichiara a tutti, nel Regno Unito (che dal 2004 ha istituito la civil parternship) il 9% si nasconde e il 36% si dichiara, in Belgio (che prevede il matrimonio fin dal 2003) il 12% si nasconde e il 31% si dichiara; mentre in Italia il 35% dichiara di nascondere la propria identità LGBT sul lavoro e il 14 % di essere aperto con tutti. C’è quindi una correlazione evidente: nei paesi “avanzati” dal punto di vista di queste leggi, le persone vivono più serenamente la loro identità e non hanno paura di fare coming out sul mondo del lavoro. Le cose cambiano, eccome. Questi movimenti organizzano in tutta Italia centinaia di conferenze per allarmare i genitori, invitarli alla mobilitazione delle Sentinelle in piedi, con tanto di linee guida su come contrastare nelle scuole ogni qualsiasi iniziativa in cui direttamente o indirettamente si parli di educazione all’affettività, alla sessualità o di discriminazione, e distribuendo modelli di lettere da mandare ai presidi e ai dirigenti scolastici. Ma perché, tutta questa fobia? Perché questa paura viscerale rispetto al fatto che si parli di omofobia o che vengano riconosciute le coppie omosessuali sullo stesso piano delle coppie eterosessuali? E soprattutto perché questa paura che se ne parli ai dirigenti scolastici, agli insegnanti, ai bambini e agli studenti? Perché il punto di fondo è che per questi movimenti, l’omosessualità rimane un peccato e, come ribadito dal catechismo della chiesa cattolica, un “comportamento oggettivamente disordinato”. L’Avv. Gianfranco Amato, dei Giuristi per la Vita, alla domanda di un giornalista che gli chiede “ma lei odia gli omosessuali?” risponde: “Io rispetto l’omosessuale come peccatore, odio l’omosessualità come peccato”, e insiste “io odio il furto come peccato ma amo e rispetto il ladro come peccatore”. Se l’omosessualità è un peccato da “odiare”, allora il riconoscimento legale delle situazioni coniugali e familiari omosessuali, o il fatto di affermare che l’identità omosessuale non è un’anomalia da correggere attraverso “terapie riparative”, come invece sostiene Massimo Gandolfini, di Scienza e Vita, è una forma di corruzione sociale che perverte l’ordine naturale. C’è una morale politica democratica che è fondata sull’autonomia delle persone e della società, e sul rispetto della dignità dell’identità vissuta e percepita dagli individui, che i fenomeni di omofobia, di bifobia o di transfobia, di bullismo, di delegittimazione degli orientamenti sessuali “diversi” ostacolano, producendo fatti gravissimi, come per esempio un tasso di suicidio degli adolescenti omosessuali all’incirca 6 o 7 volte superiore rispetto a quello degli adolescenti eterosessuali. I movimenti “no gender” non sono dei movimenti di informazione sul gender, ma movimenti spinti da un’ideologia reazionaria e conservatrice di stampo cattolico con fini politici ben definiti, che si avvalgono dell’appoggio della gerarchia vaticana e soprattutto, a livello locale, di vescovi e arcivescovi che rivendicano la necessità di una rinascita identitaria del mondo cattolico intervenendo anche abusivamente nella vita politica per dare indicazioni di voto. In questo senso, i movimenti anti-gender sono movimenti anti-democratici perché si oppongono allo sviluppo di una società fondata sui principi fondamentali della democrazia.

di Massimo Prearo


L'Articolo è stato pubblicato anche sul sito LGBT Act Project